Elezioni forensi, tutele cautelari

Eventuali istanze di tutele cautelari in fase di svolgimento delle operazioni elettorali forensi vanno sottoposte alla cognizione giuridizionale del CNF e non al Giudice amministrativo. Tale principio giuridico è stato ribadito con il decreto presidenziale del 9 gennaio 2019, n. 86, con il quale il presidente del TAR Lazio ha rigettato l’istanza cautelare di un candidato non ammesso dalla Commissione elettorale, in quanto la controversia non è apparsa riconducibile alla cognizione del giudice amministrativo. Ha ritenuto,infatti, il giudice che la disciplina specifica dell’ordinamento della professione forense, attribuisca al CNF la competenza a pronunciarsi “sui ricorsi relativi alle elezioni dei consigli dell’ordine”, in detta formula potendo agevolmente essere ricomprese questioni quale quella introdotta in ricorso, atteso che la locuzione “elezioni” ricomprende tutte le varie fasi della procedura elettorale e non può dirsi limitata al solo dato finale dei risultati; peraltro non potendo mutare la esposta conclusione in ragione della lamentata mancanza nel sistema, di cui alla tutela innanzi al CNF, dello strumento della tutela cautelare monocratica.

L’impugnazione della proclamazione è tuttora disciplinata – in difetto di nuova espressa regolamentazione (anche sub specie di abrogazione della specifica previsione dell’originaria norma) ed in virtù del richiamo contenuto all’art. 2, co. 1, lett. b)
della legge 113/17 – dall’art. 26, co. 12, della legge 31 dicembre 2012, n. 247 (a mente del quale «contro i risultati delle elezioni per il rinnovo del consiglio dell’ordine ciascun avvocato iscritto nell’albo può proporre reclamo al CNF entro dieci giorni dalla proclamazione»): non è invece prevista un’autonoma impugnazione avverso gli atti della commissione elettorale, che, ai sensi dei commi quinto e settimo dell’art. 9 della I. 113/17, procede alla verifica delle candidature.

Sul punto va invero applicato il principio per cui l’esigenza di assicurare l’effettività della tutela giurisdizionale, fondata sull’art. 24 della Costituzione, anche nella delicata materia elettorale, implica che le formalità previste nei relativi procedimenti devono essere strumento di attuazione dei principi costituzionali di rappresentatività e di democrazia e non costituire ostacoli alle tutele dei cittadini (Cons. Stato 07/07/2015, n. 3368).

Ne consegue che, in difetto di normative chiare ed univoche -che appunto nella specie mancano – di comminatoria di espressa
decadenza, gli atti endoprocedimentali immediatamente presupposti dal verbale – od altro equipollente atto – di proclamazione degli eletti (o altro atto o provvedimento conclusivo del procedimento elettorale) ben possono impugnarsi in uno a quest’ultimo, quand’anche questo sotto la prospettazione che esso sia viziato, per derivazione, appunto in forza del vizio dei primi.

Di conseguenza, senza necessità di affrontare in questa sede alcuna questione sulla qualificazione del requisito come relativo ad incandidabilità od ineleggibilità, pure le doglianze per vizi di ogni altro atto endoprocedimentale, comprese le decisioni variamente formalizzate della commissione elettorale, relativo all’ammissione delle candidature – e quindi pure circa l’eleggibilità dei candidati – possono senz’altro essere validamente fatte valere mediante impugnazione del provvedimento di proclamazione degli eletti o comunque relativo ai risultati delle elezioni, nel termine di cui all’art. 26, co. 12, della legge 31 dicembre 2012, n. 247, se del caso anche in quanto viziato per derivazione dall’illegittima ammissione del candidato ineleggibile alle operazioni elettorali.

Cass. Civile Sez. Unite, Sent.  Nr. 32781 Anno 2018
Data pubblicazione: 19/12/2018

Sul punto si è ulteriormente pronunciato il CNF che ha rimesso la questione davanti alla Corte Costituzionale (Vedi Ordinanza CNF 28.02.2019)

 

 

 

 

 

 

 

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