Cliente trattiene spese liquidate

Non integra il delitto di appropriazione indebita la condotta della parte vincitrice di una causa civile che trattenga la somma liquidata in proprio favore dal giudice civile a titolo di refusione delle spese legali, rifiutando di consegnarla al proprio avvocato che la reclami come propria. (Cass. Sez. 2, n. 25344 del 25/05/2011).  In punto di diritto, è appena il caso di rammentare che i requisiti giuridici perché possa ritenersi configurabile il reato di cui all’art. 646 c.p., sono: l’appartenenza dei beni oggetto di appropriazione ad un terzo in virtù di un titolo giuridico, il possesso legittimo dei suddetti beni da parte del terzo, la volontà di interversione del possesso, la qual cosa si verifica quando il possessore effettua e rende esplicita al proprietario del bene la propria volontà di non restituire più il bene del quale ha il possesso, l’ingiusto profitto. 

Infatti, la ratio dell’art. 646 cod. pen. deve essere individuata nella volontà del legislatore di sanzionare penalmente il fatto di chi, avendo l’autonoma disponibilità della res, dia alla stessa una destinazione incompatibile con il titolo e le ragioni che giustificano il possesso della stessa. Tanto premesso in diritto, occorre quindi verificare:

a) se la somma liquidata dal giudice a favore del cliente (e di altra parte) fosse o meno di proprietà dell’avvocato;

b) se il cliente la possedeva in virtù di un qualche legittimo titolo di possesso e, quindi, se effettuò l’interversione.
La risposta ai suddetti quesiti discende dalla disamina del rapporto che lega il cliente al proprio difensore. In proposito è indiscusso che il suddetto rapporto ha alla base un rapporto di mandato professionale a seguito del quale il professionista ha il diritto di pretendere il pagamento della prestazione. Il pagamento della suddetta prestazione costituisce, quindi, a carico del cliente, un obbligo che discende dall’interno rapporto di mandato essendo regolamentato dalle pattuizioni che le parti hanno stabilito in ordine al quantum ed alle modalità. Nell’ipotesi, poi, di una causa civile, le modalità con le quali il professionista può farsi pagare sono due:

-direttamente dal cliente ed indipendentemente dalla liquidazione che il giudice effettua in sentenza;

-direttamente dalla parte soccombente: è l’ipotesi espressamente prevista dall’art. 93 cod. proc. civ., che disciplina la fattispecie, appunto, della distrazione delle spese.
Nel caso in esame, è pacifico che la somma in questione venne liquidata a favore non dell’avvocato ma direttamente a favore del cliente (oltre che di altra parte per la quota di competenza della stessa) in quanto parte vincitrice a titolo di spese.

È chiaro, pertanto, che quella somma era di sua esclusiva proprietà ed alla stessa il cliente era libero di dare la destinazione che più gli aggradava pur essendo tenuto al pagamento della parcella dell’avvocato. Quest’ultima, quindi, non poteva su di essa accampare alcun diritto, potendo solo richiedere la somma ritenuta congrua a titolo di parcella per l’opera professionale svolta, direttamente nei confronti del proprio cliente, somma che avrebbe potuto essere, in ipotesi, sia minore che superiore a quella liquidata dal giudice. La questione in esame ha quindi solo una rilevanza civilistica e non consente di ravvisare nei fatti il reato di cui all’art. 646 codice penale.

Cass. Pen. Sez.2. Sent. Nr. 27829 Anno 2019
Data Udienza: 03/05/2019

 

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