Ergastolo ostativo

La Corte dei diritti umani di Strasburgo ha rigettato il ricorso presentato dallo Stato italiano contro la sentenza del 13 giugno 2019  che bocciava il c.d. “fine pena mai”, posto che, secondo la CEDU, al soggetto detenuto non è possibile eliminare anche la speranza di un recupero sociale, ma a costui va riconosciuta la possibilità di pentirsi e di avere una possibilità di miglioramento delle proprie condizioni. Secondo la Corte l’ergastolo ostativo si pone in contrasto con l’art. 3 della Convenzione che vieta la tortura, le punizioni degradanti e disumane, con ciò negando di fatto la possibilità per il detenuto di intraprendere un percorso rieducativo. Tecnicamente la decisione è stata adottata dal Collegio di giudici  che valuta preliminarmente tali questioni come ‘filtro’  per la  Grande Chambre. Con essa viene convalidata la sentenza della sezione della Cedu che il 13 giugno scorso ha dato ragione ad un detenuto nel suo ricorso contro lo Stato italiano per la condanna all’ergastolo con due anni e due mesi di isolamento diurno inflitta, ritenuta un trattamento inumano e degradante che viola l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. 

 Con la sentenza dello scorso giugno 2019 contro cui ricorreva l’Italia, la Corte europea ha dichiarato che il carcere ostativo, disposto in base l’articolo 22 c.p. e agli articoli 4-bis e 58-ter della legge sull’ordinamento penitenziario, contrasta con l’articolo 3 della Convenzione che vieta i trattamenti inumani e degradanti proprio perché una misura del genere non consente il rispetto della dignità umana che è al centro dell’intera Convenzione europea. 

A rivolgersi alla Corte era stato un cittadino italiano detenuto nel carcere di Sulmona per reati di associazione di stampo mafioso, omicidio e altri crimini. Condannato all’ergastolo, l’uomo era stato anche sottoposto, seppure per un periodo limitato, al 41 bis e, inoltre, erano state respinte tutte le sue richieste di permesso.

Di qui il ricorso alla Corte europea che ha analizzato la normativa interna in base alla quale è preclusa, per detenuti condannati per quei reati e che non hanno cooperato con la giustizia, la possibilità di avere permessi, libertà condizionale o l’accesso a riduzioni di pena, così come il ricorso a misure alternative. Proprio lo stretto legame tra benefici e collaborazione con la giustizia non ha convinto la Corte. Questo perché la mancanza di collaborazione non può essere considerata in modo automatico come scelta volontaria e libera, tale da indicare una mancata rieducazione del condannato.

Pertanto, l’assenza di collaborazione con la giustizia non può condurre a una presunzione automatica di pericolosità sociale. E’ vero – precisa la Corte, ricordando il caso Garagin e la sentenza Scoppola – che il carcere a vita può essere considerato, in taluni casi, compatibile con la Convenzione, ma questo solo qualora ci siano delle prospettive di reinserimento, con la possibilità per il condannato di ottenere la scarcerazione, sulla base di taluni presupposti.

Di qui, anche in linea con la sentenza Murray, la conclusione che il carcere ostativo è incompatibile con l’articolo 3 della Convenzione. D’altra parte, lo stesso sistema italiano, nell’applicare il meccanismo di progressione trattamentale, con la previsione di permessi premio, libertà condizionale, semilibertà, al fine di accompagnare il detenuto verso l’uscita, punta a realizzare il reinserimento nella società. Senza dimenticare – osserva la Corte (par. 125) – che una persona condannata non ha la stessa personalità dal momento in cui commette il reato fino al termine della pena, tenendo conto che proprio la pena può condurre il detenuto a rivedere il proprio percorso criminale e a compiere passi verso la ricostruzione della propria personalità.

Così, le autorità nazionali devono garantire che queste circostanze siano considerate per favorire il reinserimento nella società. Nel condannare l’Italia, anche alla luce dei numerosi ricorsi pendenti e della circostanza che si tratta di un problema strutturale, Strasburgo ha chiesto una riforma del regime dell’ergastolo ostativo garantendo la possibilità di un riesame della pena e l’eliminazione di automatismi, al fine di assicurare una reale valutazione del comportamento del detenuto.

Detto questo, però, alla luce del margine di apprezzamento concesso agli Stati, la Corte ha precisato che la possibilità del riesame del carcere a vita non determina che venga ottenuta la scarcerazione se il condannato costituisce un pericolo per la società. (marinacastellaneta.it)

 

Sent. CEDU giu2019 in lingua originale

Stessa sentenza in ITA 

ANSA. Dichiaraz. Ministro Bonafede

Articolo sull’ergastolo ostativo su “IL POST”

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