Prescrizione

L’istituto della “prescrizione”, che incide sulla punibilità della persona riconnettendo al decorso del tempo l’effetto di impedire la applicazione della pena, nell’ordinamento giuridico nazionale, rientra nell’alveo costituzionale del principio di legalità sostanziale, presidiato, con formula di particolare ampiezza, dall’alt. 25, comma secondo, della Costituzione.  Nel corso del giudizio di cassazione, la difesa dell’imputato-ricorrente, già condannato nelle precedenti fasi del giudizio per il reato di cui all’art. 10-bis del D.Lgs n. 74 del 2000 per avere omesso il versamento, quanto all’anno di imposta 2011, dell’Iva risultante dalla dichiarazione da lui presentata, per un ammontare pari a circa 360 mila euro ed era stato condannato, escluse le circostanze attenuanti generiche, alla pena di mesi 6 di reclusione, oltre accessori, sollecita la  Corte a sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 83 del decreto-legge n. 18 del 2020 e sue successive integrazioni e modificazioni. La Corte, vagliata la richiesta prospettata e preso atto della rilevanza di essa nel giudizio, stante la necessità di verificare se erano da ritenere sussistenti, alla data, le condizioni per la pronunzia della avvenuta prescrizione del reato contestato, disattende la richiesta formulata.A tal riguardo si osserva, a dimostrazione anche della concreta rilevanza della questione, quanto segue:

il reato contestato al risulta essere stato commesso, trattandosi di reato omissivo, alla inutile scadenza del termine ultimo per proficuamente adempiere alla obbligazione tributaria gravante sul prevenuto, cioè alla data del 27 dicembre 2012;

da tale momento ha iniziato a decorrere il termine prescrizionale previsto per il reato in questione che, in presenza di atti interruttivo del medesimo, costituiti nella specie quanto meno dalla emissione del decreto di citazione a giudizio, è pari, trattandosi di imputazione riguardante un delitto punito nel massimo con la pena della reclusione in misura non superiore ai sei anni ed in assenza di fattori di ulteriore differimento di esso, ad anni 7 e mesi 6 (cioè anni 6 maggiorati di 1/4, stante l’intervenuta interruzione del termine in questione);

detto termine, pertanto, sarebbe andato a scadere in data 27 giugno 2020 e, pertanto, esso sarebbe, in data odierna, già interamente consumato anche tenuto conto del fatto che la trattazione del presente giudizio, già fissata per l’udienza del 29 maggio 2020 è stata differita alla data odierna per effetto della applicazione nella normativa emergenziale di cui infra;

tuttavia, come rilevato dalla stessa difesa del ricorrente nella sua memoria del 16 luglio 2020, pervenuta presso la cancelleria di questa III Sezione penale della Corte di cassazione in pari data, prima del maturarsi della prescrizione del reato in questione è, però, entrata in vigore la disciplina emergenziale che, nell’ambito delle norme adottate per limitare gli effetti della urgenza sanitaria dovuti alla epidemia da Covid-19 ha, fra l’altro, previsto, all’art. 83, comma 4, del decreto legge n. 18 del 2020, convertito con modificazioni con legge n. 27 del 2020, la sospensione del corso della prescrizione in relazione a tutti i procedimenti penali per i quali, secondo i termini di cui al precedente comma 2 della medesima disposizione legislativa, sono stati, a loro volta, sospesi i termini per il compimento di qualsiasi atto processuale a decorrere dal 9 marzo 2020 sino al 15 aprile 2020;

tale termine è poi stato differito, per effetto della entrata in vigore dell’art. 36, comma 1, del decreto-legge n..23 del 2020, convertito con modificazioni con legge n. 40 del 2020, sino al 11 maggio 2020;

le disposizioni che precedono vanno, peraltro, coordinate anche con le previsioni contenute nei commi 7 e 9 del citato art. 83 del decreto legge n. 18 del 2020, convertito con modificazioni con legge n. 27 del 2020, il quale, al comma 7, ha previsto la possibilità, fra l’altro, per i capi degli uffici giudiziari di disporre il differimento della trattazione dei processi a data successiva al 30 giugno 2020, ed al comma 9 l’ulteriore sospensione del corso della prescrizione per i reati di cui ai processi interessati al predetto differimento sino alla data di loro trattazione e, comunque, non oltre il 30 giugno 2020.

Tanto premesso, rileva il Collegio che con la citata memoria del 16 luglio 2020 la difesa del ha sollecitato questa Corte a sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 83 del decreto legge n. 18 del 2020, come convertito con legge n. 27 del 2020 e come successivamente modificato, in quanto, detta norma, laddove applicata anche ad ipotesi di reato consumatesi anteriormente alla sua entrata in vigore, si porrebbe in contrasto, nel prevedere una autonoma ipotesi di sospensione del termina prescrizionale, con l’art. 25, comma secondo, della Costituzione e con l’art. 7 della Cedu.

Giova, prima di esaminare la sollecitazione formulata dalla difesa del ricorrente, fare una precisazione di carattere assolutamente preliminare.

Ritiene, infatti, improprio il Collegio il riferimento diretto quale parametro di costituzionalità, all’art. 7 della Cedu (il quale sancisce a livello convenzionale il principio del nullum crimen et nulla poena sine proevia lege poenali), posto che lo stesso non è certamente un parametro immediato di verifica di legittimità costituzionale delle leggi italiane; tuttavia, posto che i principi riportati dalla Cedu sono da considerarsi espressione degli obblighi che la predetta Convenzione impone anche allo Stato italiano, l’eventuale violazione dei medesimi ridonderebbe a livello di contrasto con il principio formalizzato dall’art. 117, comma primo, della Costituzione, in base al quale la potestà legislativa deve essere esercitata, da tutti gli organismi che ne sono dotati, nel rispetto, oltre che della Costituzione, anche dei vincoli che sorgono dagli obblighi internazionali, sotto il descritto profilo la eventuale violazione normativa della disposizione contenuta nella Cedu potrebbe essere denunziata di fronte al giudice delle leggi, dovendosi ritenere che, in una tale ipotesi, la disposizione della Convenzione Edu opererebbe quale parametro interposto di legittimità costituzionale.

Tanto considerato, osserva, comunque il Collegio che la prospettata questione di legittimità costituzionale è manifestamente infondata.

Essa, giova ricordare, trae il suo fondamento logico nella, comunemente condivisa, considerazione della natura sostanziale della disciplina avente ad oggetto l’istituto della prescrizione dei reati (cfr. ex multis: Corte di cassazione, Sezione VI penale, 3 luglio 2017, n. 31877) e, pertanto, nella, altrettanto comunemente riconosciuta applicabilità al predetto istituto ed alle sue vicende – ivi compresa, pertanto, la disciplina della sospensione – del principio della irretroattività della lex durior (anche in questo caso, cfr. ex multis: Corte di cassazione, Sezione IV penale, 28 marzo 2019, n. 13582).

Impostazione dogmatica questa che, ove necessario, ha trovato di recente una forma di definitiva consacrazione da parte della stessa Corte costituzionale che, con la sentenza n. 115 del 2018, ha ribadito che un istituto come la prescrizione, che incide sulla punibilità della persona riconnettendo al decorso del tempo l’effetto di impedire la applicazione della pena, nell’ordinamento giuridico nazionale rientra nell’alveo costituzionale del principio di legalità sostanziale, presidiato, con formula di particolare ampiezza, dall’alt. 25, comma secondo, della Costituzione.

Sulle basi di tali premesse il ricorrente ha ritenuto che sia violativa del predetto principio, appunto di irretroattività della legge penale sostanziale più severa, una normativa che, introducendo un’autonoma ipotesi di sospensione del termine prescrizionale dei reati applicabile anche alle fattispecie criminose maturate anteriormente alla sua entrata in vigore, determini un trattamento penale deteriore della posizione del reo rispetto a quello vigente al momento in cui il fatto fu commesso.

Questo essendo il tema ora controverso, il Collegio non ignora come lo stesso abbia dato già luogo ad un certo dibattito in seno agli organi giurisdizionali, posto che a fronte di talune ordinanze emesse da organi giudicanti di merito con le quali la questione già è stata rimessa all’attenzione della Corte costituzionale (si ricordano, senza l’intenzione di esaurirne il possibile novero, le ordinanze di rimessione emesse a tale proposito: dal Tribunale di Siena, in due occasioni con provvedimenti sostanzialmente gemelli, del 21 maggio 2020; dal Tribunale di Roma del 18 giugno 2020 e dal Tribunale di Crotone del 19 giugno 2020), in altre occasioni questa stessa Corte di cassazione ha ritenuto di non rimettere gli atti al giudice delle leggi, avendo, invece, considerato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale (in tal senso: Corte di cassazione, Sezione III penale, 17 luglio 2020, n. 21367; nonché Corte di cassazione, Sezione V penale, sentenza deliberata alla udienza del 14 luglio 2020 nel processo nrg 40761 del 2019, di cui non sono al momento depositati i motivi, essendo stata resa nota solamente la “notizia di decisione”).

Ritiene anche questo Collegio di doversi uniformare – senza che ciò comporti, peraltro, il possibile sacrificio di interessi primari o, comunque, l’esigenza di dovere operare, per effetto di una situazione di ritenuto contenuto eccezionale, un arduo contemperamento fra situazioni parimenti tutelate a livello di legge fondamentale – nel dispositivo, ai precedenti di questa Corte di legittimità.

Infatti, si osserva, sebbene sia innegabilmente vero che la disciplina della prescrizione sia disciplina di diritto sostanziale, per la quale vale, come dianzi rilevato, il criterio della inapplicabilità della lex durior ove la stessa sia sopravvenuta alla commissione del reato del quale si tratta (principio che, giova ricordare, si pone quale limite, ad imprescindibile garanzia delle libertà fondamentali del cittadino, all’effettività di un possibile perverso uso del potere nomopoietico spettante al legislatore) deve rilevarsi, peraltro con l’autorevole avallo di talune attente voci della più accorta dottrina penalistica, che nella fattispecie la disciplina di diritto sostanziale regolatrice della fattispecie non è quella dettata dall’art 83 del decreto legge n. 18 del 2020, convertito con modificazioni con legge n. 27 del 2020, e successive modificazioni, ma è, più ordinariamente, quella dettata dall’art. 159 cod. pen., il quale prevede che il corso della prescrizione rimanga sospeso in ogni caso in cui la sospensione del procedimento e del processo penale sia imposta da una particolare disposizione di legge.

E’, infatti, di tutta evidenza che siffatta disposizione, nel rinviare, in relazione alla sospensione del termine prescrizionale, alle ipotesi di sospensione del processo, costituisce di per sé regola generale ed astratta, di carattere sostanziale, cui, di volta in volta, attraverso il meccanismo del rinvio mobile, può dare contenuto la singola norma – questa volta di contenuto processuale e, pertanto, immediatamente applicabile – che, appunto disciplinando il processo, possa prevedere gli eventuali eventi che ne determinano la sospensione.

Il termine temporale cui ancorare, pertanto, gli effetti del meccanismo sospensivo della prescrizione, onde rispettare il principio della irretroattività della disposizione meno favorevole, non è quello della entrata in vigore della norma che stabilisce una ipotesi di sospensione del processo, che è norma di sicuro contenuto processuale e che pertanto, non è condizionata dal principio di irretroattività della disposizione meno favorevole, ma è quello della entrata in vigore della disposizione la quale stabilisca, a processo sospeso (quale che possa essere la collocazione cronologica della fonte legislativa che abbia determinato tale ultimo effetto a carico del processo), la sospensione della prescrizione.

Momento che nel caso di specie è indubbiamente da collocare ampiamente prima della commissione del fatto costituente reato da parte del *  posto che esso corrisponde alla entrata in vigore dell’art. 159 cod. pen. nel testo attualmente vigente.

Ora, non rimane da verificare se la disposizione che il ricorrente vorrebbe sottoposta al vaglio di costituzionalità sia o meno tale da introdurre una nuova ipotesi di sospensione del processo penale.

Dall’esame della medesima non pare che possano residuare incertezze in ordine alla soluzione favorevole del quesito che in tal modo questa Corte di è sottoposta.

Infatti, nel momento in cui l’art. 83 del decreto legge n. 18 del 2020, e sue successive modifiche, dispone, al comma 1, che tutte le udienze dei procedimenti civili e penali (tranne quelle eccettuate da specifica disposizione di legge, che, però, ora non interessano non rientrando il presente processo fra quelli oggetto della eccezione) sono rinviate di ufficio ad un periodo successivo ad una certa data, e, al comma 2, che nel medesimo periodo interessato dalla predetta disposizione è sospeso il decorso dei termini per il compimento di qualsiasi atto riguardante i predetti procedimenti, deve necessariamente intendersi che sia sospeso l’intero procedimento, non potendosi logicamente concepire l’incedere di un procedimento (inteso lo stesso come l’ordinato susseguirsi dei determinati atti che lo compongono) ove sia sospeso il termine per l’esecuzione di ciascuno degli atti da cui il procedimento stesso è formato.

Ove il procedimento, anzi il processo, non possa procedere, in quanto una disposizione legislativa di carattere generale ne abbia differito il suo svolgimento, deve necessariamente concludersi che esso è indubbiamente sospeso (nel senso della sospensione del processo, ogniqualvolta siano stati sospesi i termini per lo svolgimento di qualsiasi attività processuale si veda: Corte di cassazione, Sezione IV penale, 3 giugno 2008, n. 22142).

Analogamente deve, peraltro, intendersi in relazione a quanto previsto dal combinato disposto dell’art. 83, commi 7, lettera g), e 9, del decreto legge n. 18 del 2020, per il quale la sospensione della prescrizione è la conseguenza della sospensione del procedimento derivante dal rinvio di ufficio delle udienze già fissate fra il 12 maggio 2020 ed il 30 giugno 2020 disposto dal capo del singolo Ufficio giudiziario in base al potere a lui attribuito nel senso indicato dall’art. 83, comma 6, del medesimo decreto legge n. 18 del 2020.

Posto, in definitiva, che la sospensione del corso della prescrizione nel presente caso non è il frutto di una disposizione sostanziale introdotta successivamente alla commissione del reato ascritto al  [] ma è la conseguenza, derivante dalla ordinaria applicazione del comma 1 dell’art. 159 cod. pen., della intervenuta sospensione del processo a suo carico deve affermarsi la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 83 del decreto legge n. 18 del 2020, convertito con modificazioni con legge n. 27 del 2020, prospettata dalla difesa del ricorrente in relazione agli artt. 25, comma 2, e 117, comma 1, della Costituzione.

Al rigetto del ricorso fa seguito la condanna del ricorrente, visto l’art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese processuali.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 23 luglio 2020

Il Consigliere estensore

 

Penale Sent. Sez. 3 Num. 25433 Anno 2020
Presidente: RAMACCI LUCA
Relatore: GENTILI ANDREA
Data Udienza: 23/07/2020

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