Associazioni specialistiche forensi

Avvocato. Titolo di specialista. Associazioni specialistiche forensi. L’art. 9, co. 1 della l. 31 dicembre 2012 n. 247, recante la nuova disciplina dell’ordinamento professionale forense, riconobbe agli avvocati la possibilità d’ottenere ed indicare il titolo di specialista, secondo le modalità stabilite, nel rispetto delle previsioni del medesimo art. 9, con regolamento adottato dal Ministro della giustizia, previo parere del Consiglio nazionale forense-CNF, ai sensi del precedente art. 1, co. 3, ossia «… sentiti i consigli dell’ordine territoriali e le associazioni forensi che siano costituite da almeno cinque anni e che siano state individuate come maggiormente rappresentative dal CNF.

Il successivo art. 35, co. 1, lett. s) demandò quindi al CNF d’istituire e disciplinare, con un apposito regolamento, l’elenco delle associazioni specialistiche maggiormente rappresentative, nel rispetto della diffusione territoriale, dell’ordinamento democratico delle stesse nonché dell’offerta formativa sulla materia di competenza, assicurandone la gratuità.

il regolamento n. 1 del 13 aprile 2013, coi quale il CNF emanò le norme sull’istituzione, il riconoscimento e la tenuta dell’elenco delle associazioni specialistiche forensi, disponendo all’art. 3 essenzialmente che:

a) lo statuto di queste ultime prevedesse espressamente, tra i loro fini statutari, la promozione del profilo professionale specialistico, nonché la formazione e l’aggiornamento nella materia di competenza;

b) avessero un numero d’iscritti significativo su base nazionale e fossero presenti con sedi operative in almeno la metà dei distretti di corte d’appello;

c) avessero un ordinamento interno su base democratica; d) assicurassero l’offerta formativa nella materia di competenza con strutture organizzative e tecnico-scientifiche adeguate.

Con delibera del 25 ottobre 2013, che il CNF avesse autorizzato qual associazione forense specialistica [-] …avente sì più di 800 avvocati iscritti e la presenza in oltre la metà dei distretti di corte d’appello, ma anche una vocazione socio-culturale (non diretta per forza alla formazione professionale) ed una composizione non esclusivamente di avvocati (componenti esclusivi dell’ordinamento forense), essendovi iscritti, p.es., studiosi di diritto del lavoro, magistrati, sindacati e pure imprese ordinarie.

Avverso tal delibera n. 1/2013 ed ogni altro atto presupposto e connesso (in particolare, pure il regolamento n. 1/2013, nella parte in cui, in assenza di definizione giuridica della qualificazione di associazione forense, potesse consentire il riconoscimento della qualificazione ad associazioni anche di soggetti diversi dai soli iscritti all’Albo professionale forense) insorsero l’AGI e le Associazioni forensi consorti innanzi al TAR Lazio, col ricorso NRG 13195/2013.

 l’irrilevanza dell’assenza d’una definizione normativa di «associazione professionale forense», giacché quest’ultima non può comprendere che esclusivamente avvocati iscritti all’albo (solo i quali costituiscono l’ordine forense) e non possono esser autorizzate associazioni a composizione mista (con soggetti terzi e/o persone giuridiche, con vocazione solo culturali, lontane cioè dalla pratica professionale e tali da introdurre interessi concorrenti, tali da minare l’autonomia e l’indipendenza dell’avvocatura), essendo le associazioni enti esponenziali dell’ordinamento forense, che legano tra loro gli avvocati specialisti per garantire l’effettività della tutela dei diritti;

3) – l’illegittimità dell’art. 3 del regolamento, ove fosse stato inteso aperto all’ammissione di associazioni a composizione mista o senza vocazione professionale, in quanto le norme della legge n. 247 erano già ben chiare nel prevedere che le associazioni forensi fossero tali solo se i loro iscritti erano persone fisiche iscritte agli albi degli avvocati.

… Sfugge al Collegio perché mai il CNF, il quale per composizione e grazie all’apporto dei suoi uffici di diretta collaborazione possiede significativi strumenti per evitare procedimenti incongrui, tenda a minimizzare i predetti errori. Infatti, vi fu un’istruttoria non perspicua nell’accettazione dell’istanza di (-), pervenuta, una prima volta, non sottoscritta e, una seconda volta, per posta elettronica semplice e non certificata. Non è chi non veda come l’omessa sottoscrizione fosse stata se non un caso di nullità per mancanza d’un elemento essenziale della dichiarazione, perlomeno il difetto della serietà dell’impegno all’iscrizione.

Del pari, la richiesta del (recte, l’obbligo discendente dal) l’art. 4 del regolamento del CNF fu una formalità ad substantiam, intesa a garantire sia la genuinità della sottoscrizione e della sicura riferibilità dell’istanza al mittente, sia il tempo e l’effettiva ricezione di essa presso il destinatario, quindi minimi adempimenti collaborativi e d’uso corrente, posti peraltro a garanzia del mittente.

In tal caso, non solo la censura fu tutt’altro che infondata, ma soprattutto l’istanza non fu affatto validamente proposta. Che, poi e nei fatti, essa raggiunse il suo scopo, fu protocollata e venne pure evasa, sono appunto meri fatti, non atti giuridici. Le istanze amministrative, qual è quella adesso in contestazione, vanno proposte con date modalità, peraltro estremamente semplici e non estranee al comune sentire del giurista e, quantunque sussista il soccorso istruttorio, essa non può trasformare il difetto di dichiarazione in una dichiarazione valida ed efficace, senza che ciò confligga col principio d’autoresponsabilità del dichiarante.

Ben lungi dall’esser un indebito sindacato sull’attività del CNF, la censura sul difetto d’istruttoria, nell’appuntarsi sulla brevità del tempo nell’esame dell’istanza della controinteressata, in realtà fa emergere da tal brevità l’inesatta valutazione sulla riconoscibilità di un’associazione forense a composizione mista, cosa, questa, tutt’altro che pacifica o conforme alla ratio della legge e, tale, quindi, da dover essere approfondita in sede di riesame.

6. – Parimenti da accogliere è appunto tal doglianza sull’ammissione di tal tipo di associazioni.

Va condivisa l’affermazione attorea, laddove vuol precisare che l’attività libero-professionale forense (in sé, quindi e non in quanto più o meno collegata ad altre e differenti professionalità) è già da tempo considerata come attività economica di prestazioni di servizi e, quindi, l’appartenenza di ciascun singolo avvocato ad un’associazione specialistica costituisce l’attestazione, nei confronti della clientela, un elemento qualificativo di richiamo commerciale. Il ruolo che l’associazionismo professionale forense svolge, nel mercato delle professioni legali, s’incentra nella circostanza che ciascun’associazione specialistica comprende solo avvocati i quali, a loro volta, dedicano la propria attività in modo prevalente allo specifico settore dell’ordinamento rappresentato dall’associazione stessa. Si tratta, quindi, di un’appartenenza che qualifica l’iscritto all’associazione e, al contempo, l’associazione in sé e nel mercato relativo, tant’è che la «maggior rappresentatività» di ciascuno dei sodalizi professionali è data dal numero degli iscritti.

Non è qui in discussione né l’arricchimento culturale che la presenza di professionalità diverse o interdisciplinari nella compagine sociale possa arrecare in ciascuna branca giuridica (pur se ciò non è connotante, basti vedere l’esperienza delle specializzazioni mediche), né la collaborazione scientifica multilivello anche nell’organizzazione dell’attività formativa permanente degli avvocati di categoria. Ma questi argomenti attengono appunto alla buona funzionalità delle associazioni, non alla loro struttura o alla platea di soggetti associabili.

Questi ultimi possono esser solo avvocati, non anche meri giuristi oppure cultori o appassionati della materia, per l’associazionismo dei quali si rinvengono altre libere formazioni sociali, ossia non coinvolte istituzionalmente nel CNF. In caso contrario, si avrebbe una situazione di potenziale ma concreto conflitto di interessi coi doveri d’indipendenza e d’autonomia esigibili dalla figura professionale degli avvocati del libero fòro. Tanto a causa della presenza nelle associazioni, volte per compito di legge essenzialmente a praticare e realizzare le specializzazioni nella professione forense, di talune categorie contigue ma differenti (magistrati), se non ontologicamente estranee a quest’ultima (non giuristi, imprese), cosa, questa, che potrebbe addirittura configurare associazioni anche del tutto prive di avvocati.

A tal proposito, deve il Collegio condividere l’anomalia d’un sodalizio qual è la controinteressata, i cui meriti di associazione culturale sono innegabili, ma irrilevanti. Il fatto di porre il diritto del lavoro al centro dei suoi interessi culturali non la rende, per ciò solo, associazione di avvocati del lavoro ai sensi del regolamento n. 1/2013, né la rende immune da tali conflitti. Invero, poiché tra i suoi associati vi sono esponenti delle associazioni sindacali e delle parti datoriali —dato, questo, in sé non illecito e, in taluni casi, virtuoso negli enti ove son composti i conflitti sociali e del lavoro—, nel caso in esame tali esponenti, essendo portatori diretti di interessi rispetto ai quali il libero fòro ha un dovere di terzietà. La ragione è evidente e non pare possibile al Collegio che sfugga al CNF: il compito del libero fòro è di affiancare l’una o l’altra parte nell’affermazione dei rispettivi bisogni di tutela (anche stragiudiziale) e di dar loro supporto tecnico-giuridico ai rispettivi convincimenti circa l’interpretazione e la corretta applicazione della legge, in un confronto dialettico avanti la Magistratura, terza per attribuzione istituzionale.

Pertanto, non è possibile predicare l’esistenza di un’associazione forense che tolleri, anzi propugni al proprio interno, pur quando essa coadiuvi il CNF, la commistione istituzionale di tutti questi ruoli, fuori da quegli eccezionali casi ove l’ordinamento, in modo espresso ed a garanzia di supremi o rilevanti interessi, consenta a tali fini la compresenza di portatori di plurime e distinte esperienze e professionalità. Una cosa, quindi, è l’esistenza di note e prestigiose associazioni interprofessionali (le quali propugnano il dibattito culturale giuridico ai massimi livelli scientifici), ben altra cosa è l’associazionismo istituzionale di ciascuna categoria professionale giuridica (che può apparire, agli occhi del profano o del malizioso, partigiana quando non corporativa, ma che serve proprio a tener distinti i ruoli pubblici che ognuna di esse deve realizzare, in libertà ed autonomia).

7. – In definitiva, l’appello va accolto nei termini fin qui visti. Tutte le questioni testé vagliate esauriscono la vicenda sottoposta all’esame della Sezione, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 cpc e gli argomenti di doglianza non esaminati espressamente sono stati ritenuti dal Collegio non rilevanti ai fini della decisione e, comunque, inidonei a supportare una conclusione di segno diverso. La novità della questione e giusti motivi suggeriscono la compensazione integrale, tra tutte le parti, delle spese del doppio grado di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (sez. VI), definitivamente pronunciando sull’appello (ricorso NRG*), lo accoglie e per l’effetto, in riforma della sentenza gravata, accoglie il ricorso di primo grado e annulla, per quanto di ragione e nei sensi di cui in motivazione, la delibera del CNF in data 25 ottobre 2013 (ammissione dell’** qual associazione forense specialistica), con salvezza dell’ulteriore attività di riesame. Spese del doppio grado compensate.

 

Sentenza CdS nr.4008/2021

 

 

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